Riforme all’americana
Finita l’emergenza dello spread alle stelle tra Btp italiani e Bund tedeschi, anche grazie alle riforme del governo Monti, in questa fase ogni partito sembra voler sfoggiare nel dibattito pubblico la sua “riforma strutturale” preferita. Nessuna novità, a questo proposito: il centrosinistra rimane mosso da un istinto punitivo verso ricchezza e risparmio, il centrodestra vuole alleviare il fardello fiscale ma non sempre si concentra su quei fattori che più garantirebbero mobilità e crescita, sindacati e Confindustria invece si battono come un sol uomo per attingere ai soldi pubblici (che siano sussidi alle imprese o sgravi per i neoassunti poco importa, purché non si debbano rispettare condizionalità esigenti, come dimostra l’accordo al ribasso tra le parti sociali sui fondi per il salario di produttività).
16 AGO 20

Finita l’emergenza dello spread alle stelle tra Btp italiani e Bund tedeschi, anche grazie alle riforme del governo Monti, in questa fase ogni partito sembra voler sfoggiare nel dibattito pubblico la sua “riforma strutturale” preferita. Nessuna novità, a questo proposito: il centrosinistra rimane mosso da un istinto punitivo verso ricchezza e risparmio, il centrodestra vuole alleviare il fardello fiscale ma non sempre si concentra su quei fattori che più garantirebbero mobilità e crescita, sindacati e Confindustria invece si battono come un sol uomo per attingere ai soldi pubblici (che siano sussidi alle imprese o sgravi per i neoassunti poco importa, purché non si debbano rispettare condizionalità esigenti, come dimostra l’accordo al ribasso tra le parti sociali sui fondi per il salario di produttività). La solita solfa, ma attenzione a due fattori: primo, l’economia reale non sembra rialzare la testa in presenza di aggiustamenti di piccolo cabotaggio; secondo, nessuno può garantire che lo spread non torni prima o poi a volare, segnando la sfiducia degli investitori internazionali sulla sostenibilità del debito pubblico.
Perciò meglio guardare meno al nostro ombelico, e chiedersi piuttosto come ci vedono gli investitori internazionali. Il rapporto “Le imprese americane in Italia”, presentato ieri dalla American Chamber of Commerce del nostro paese, offre spunti utili. A partire da questa considerazione: “Gli investimenti esteri annuali in entrata pesano per l’Italia per l’1,2 per cento del pil, circa 22 miliardi di dollari, contro i 55 della Francia (2,9 per cento del pil) e i 90 della Gran Bretagna (4,8)”. Perfino la “travagliata” Spagna, notano gli analisti statunitensi, fa meglio di noi. Per le imprese americane interpellate, “fattori frenanti” sono, “in ordine di priorità”, l’inefficienza delle istituzioni pubbliche, le “gravi carenze del sistema giudiziario”, l’eccessivo carico fiscale, la carenza delle infrastrutture, il costo e la flessibilità del lavoro, eccetera. Sul lavoro, a differenza dell’opinione prevalente nel dibattito italiano (per cui la flessibilità da accentuare è ancora e soltanto quella in entrata, quindi sui più giovani), gli imprenditori americani osservano che meno “rigidità” occorre anche per le norme sulla flessibilità in uscita, ovvero sulla possibilità di licenziare o comunque favorire un maggiore turnover tra lavoratori più anziani e ipergarantiti da una parte e giovani e outsider dall’altra. Sarà bene prendere nota, per non procedere stancamente in dibattiti troppo accademici, politicisti e comunque di breve termine.